Chemsex in Italia: il pericoloso trend dell’abuso di droghe per prolungare il sesso

Redazione

16 Ottobre 2026

«Ho fatto chemsex per la prima volta a 25 anni», racconta Luca, «pensavo fosse solo un modo per divertirmi di più, ma è diventato un problema». Sempre più persone, soprattutto giovani e uomini nelle comunità gay, scelgono di usare droghe psicoattive per prolungare o intensificare il sesso. Il chemsex, una pratica ancora poco compresa, sta emergendo come una sfida crescente per i servizi dedicati alle dipendenze. L’obiettivo è chiaro: abbattere inibizioni, migliorare le performance, vivere un’esperienza più intensa. Però, dietro l’euforia immediata, si nascondono pericoli reali: dipendenza, danni fisici e psicologici, e un aumento preoccupante delle malattie sessualmente trasmesse.

Chemsex e servizi per le dipendenze: un problema nascosto e complesso

Il chemsex è un fenomeno spesso invisibile, che sfugge all’attenzione dei servizi sanitari dedicati alle dipendenze. Lo sottolinea Daniele Pini, dirigente medico e membro del direttivo nazionale FeDerSerD: il problema riguarda una fetta ristretta della popolazione, ma è molto articolato. I servizi tradizionali, abituati a gestire dipendenze “classiche” e infezioni come l’Hiv, si trovano ora davanti a una nuova sfida, con un cambiamento nell’epidemiologia delle malattie legate all’uso di droghe.

Il chemsex si colloca a un incrocio delicato tra dipendenza, salute sessuale, rischio di infezioni e benessere psicologico. Non è solo una questione di sostanze, ma richiede di ripensare protocolli di prevenzione e cura. La trasmissione delle infezioni sta cambiando: la via sessuale sta diventando più rilevante rispetto alla trasmissione endovenosa, anche grazie alle dinamiche tipiche del chemsex. La risposta clinica dovrà adeguarsi, mettendo in campo interventi specifici e integrati.

FeDerSerD: una fotografia critica dei servizi per il chemsex

Un quadro chiaro arriva dalla survey nazionale promossa da FeDerSerD e presentata nel 2024 a Napoli, durante il XV Congresso nazionale della Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e servizi delle dipendenze. Sono stati raccolti 390 questionari, per lo più compilati da medici dei SerD di tutta Italia, che mostrano competenze acquisite ma anche molte lacune.

I dati più rilevanti dicono che il sistema sanitario è ormai capace di fare screening per le patologie infettive, ma fatica a intercettare i nuovi comportamenti a rischio legati al chemsex. Manca un’offerta integrata di prevenzione e cura. Fra le criticità più evidenti c’è la scarsa collaborazione organizzata: il 68,5% dei SerD non lavora in modo formale con centri specializzati nelle infezioni sessualmente trasmesse.

In più, solo il 36,7% dei servizi pratica regolarmente un’anamnesi sessuale strutturata o offre un counselling dedicato, mentre oltre il 56% non fa questi accertamenti. Numeri che parlano chiaro e indicano gap importanti, che limitano la possibilità di prevenire infezioni e dipendenze collegate. FeDerSerD insiste sul fatto che la prevenzione e la tutela della salute sessuale devono diventare prioritarie nei percorsi di cura delle dipendenze.

A complicare il quadro c’è la carenza di personale e le risorse scarse, ostacoli concreti nelle strutture di assistenza. Serve quindi un intervento mirato per colmare le falle tra servizi e centri specializzati, per garantire risposte tempestive e più efficaci.

Chemsex, SerD in ritardo: servono approcci più integrati

Preoccupano i dati sull’attenzione che i servizi per le dipendenze dedicano al chemsex. La survey di FeDerSerD mostra che solo un quarto dei SerD affronta il tema in modo approfondito con i pazienti. Il 37,4% invece non lo prende in considerazione, un problema serio per intercettare in tempo i comportamenti a rischio e attivare interventi mirati.

Dietro questa situazione ci sono varie difficoltà. Prima fra tutte, la scarsa formazione specifica degli operatori, spesso impreparati ad affrontare un fenomeno così nuovo e complesso. A complicare il quadro c’è anche lo stigma legato a certe pratiche sessuali, che frena la creazione di un rapporto di fiducia fra operatore e paziente, indispensabile per raccogliere informazioni delicate. Infine, manca una rete assistenziale dedicata, anche in collaborazione con il terzo settore, che limiti la frammentazione e consenta percorsi multidisciplinari.

La presa in carico va ampliata e migliorata. Un approfondimento più attento durante il colloquio clinico può aiutare a scoprire situazioni di rischio e a programmare interventi personalizzati, che tengano insieme dipendenza da sostanze e salute sessuale.

In più, la gestione delle infezioni virali legate al chemsex mostra problemi organizzativi. Lo screening per l’epatite C è ormai diffuso nei SerD, ma solo il 5,6% può offrire direttamente il trattamento antivirale. Questo spesso costringe i pazienti a passare a centri esterni, con il rischio di abbandoni e cure incomplete.

Servizi per le dipendenze, obiettivi chiari per il futuro

I servizi per le dipendenze restano un punto fermo, non solo per curare le dipendenze patologiche ma anche per tutelare la salute di persone fragili, esposte a molti rischi. Gli operatori chiedono di superare le differenze tra territori, potenziare la formazione continua e costruire percorsi multidisciplinari più integrati, facilitando la collaborazione tra servizi sul territorio e centri specialistici.

La sfida è creare un modello di intervento uniforme a livello nazionale, supportando chi ha meno risorse e consolidando le buone pratiche. Gli esperti avvertono: serve tempo, ma non si può più aspettare, altrimenti rischiamo di lasciare indietro molti.

Parallelamente, bisogna valorizzare davvero il ruolo dei SerD nel sistema sanitario pubblico, considerandoli come punti di riferimento fondamentali per intercettare prima problemi di salute complessi, ben oltre la singola dipendenza. La tutela della persona deve essere a tutto tondo, includendo anche salute sessuale e benessere psicologico.

Per farlo, i SerD devono essere messi nelle condizioni di raggiungere più persone e rispondere con servizi più efficaci e su misura. Il primo contatto con il servizio è un momento prezioso per scoprire bisogni nascosti e attivare percorsi di cura che non si fermino alla dipendenza, ma abbraccino la salute nella sua interezza.

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