Neonato morto dopo parto in casa: in Appello confermata la condanna per l’ostetrica di Concorezzo

Redazione

9 Ottobre 2026

Il cordone ombelicale ha stritolato quel neonato, spegnendo per sempre una vita appena cominciata. È successo a Concorezzo, in provincia di Monza Brianza, e la ferita resta aperta. Ora la Corte d’Appello di Milano ha deciso: confermata la condanna per l’ostetrica che aveva assistito quel parto in casa. Un caso che torna a scuotere la comunità, sollevando ancora una volta domande scomode sul parto domiciliare e su chi, in quelle ore cruciali, dovrebbe garantire sicurezza e responsabilità. La vicenda non è solo una sentenza, ma un doloroso monito.

La sentenza: cosa ha deciso il tribunale su ostetrica e risarcimenti

Il processo si è svolto a Monza, dove l’ostetrica milanese Anna Maria C., 70 anni, è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione, con la pena sospesa. La sentenza ha previsto anche la sospensione dall’attività professionale per cinque anni e un risarcimento immediato di circa 250mila euro ai genitori del neonato e alla loro figlia maggiore.

Il giudice Carlo Ottone De Marchi, che ha seguito il caso in primo grado, ha motivato la condanna puntando il dito contro il mancato rispetto delle linee guida. Tra le omissioni decisive, la mancanza di una seconda ostetrica durante il parto, il ritardo nel chiamare i soccorsi e la mancata comunicazione tempestiva all’ospedale. Tutti fattori che, secondo il tribunale, hanno contribuito a un esito tragico che si poteva evitare.

La morte del neonato è stata causata dal cordone ombelicale che ha stretto e impedito la naturale rotazione delle spalle, provocando soffocamento. Nonostante il parto fosse stato veloce, questi elementi hanno segnato il destino del piccolo.

Appello a Milano: accesa la battaglia tra accusa e difesa

Il 9 ottobre 2026, davanti alla Corte d’Appello di Milano, il pubblico ministero ha chiesto di confermare la condanna. Anche gli avvocati delle parti civili hanno sostenuto la tesi dell’accusa, chiedendo che la sentenza resti ferma.

Di segno opposto la linea difensiva. L’avvocato dell’ostetrica ha chiesto l’assoluzione, sostenendo che non c’erano segnali chiari di pericolo che avrebbero imposto un parto in ospedale, tenendo conto anche del comportamento del neonato e delle condizioni cliniche apparentemente normali. La discussione riprenderà a novembre, quando i giudici decideranno definitivamente.

Questa fase del processo è cruciale perché va a toccare il tema delicato della responsabilità professionale e dei limiti da rispettare durante un parto a domicilio.

Le accuse principali: cosa ha contestato il tribunale all’ostetrica

Nel mirino del tribunale sono finite alcune scelte fatte dall’ostetrica durante l’assistenza al parto in casa. In particolare, è stata criticata la decisione di procedere senza una valutazione adeguata dei rischi, a partire dal peso del neonato.

È stato inoltre sottolineato come l’assenza di una seconda ostetrica abbia reso più difficile gestire eventuali emergenze. A peggiorare la situazione, la mancata comunicazione preventiva con l’ospedale e il ritardo nel chiamare i soccorsi.

Questi passaggi, oggi riconosciuti come linee guida essenziali per i parti domiciliari, sono stati ignorati, portando a una negligenza che per il tribunale è stata decisiva nel causare il tragico epilogo.

La difesa dell’ostetrica: un’esperienza trentennale e una versione diversa

Anna Maria C., con quasi 30 anni di carriera e mille parti alle spalle, si è difesa sostenendo di aver sempre agito con prudenza. Ha spiegato di aver avuto il consenso della madre per non far entrare una seconda ostetrica, scelta della donna legata a una precedente esperienza negativa in ospedale.

Sulla salute del neonato, l’ostetrica ha detto che il bambino non era di grandi dimensioni e che il parto era stato rapido. Ha aggiunto che non c’erano segnali chiari di pericolo e che la causa del decesso, legata al cordone ombelicale che ha bloccato la rotazione delle spalle, non era prevedibile né subito gestibile.

Questa versione è al centro della strategia difensiva, che punta a dimostrare come non ci sia stata alcuna imprudenza e che si sia trattato di una tragica fatalità.

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Il caso di Concorezzo mette in luce tutte le difficoltà e i rischi ancora aperti intorno al parto in casa in Italia. Oltre all’aspetto giudiziario, la vicenda solleva questioni importanti per la pratica medica e per la tutela delle famiglie. La sentenza d’appello, attesa nelle prossime settimane, sarà decisiva per confermare o rivedere quanto già stabilito, aprendo magari nuovi scenari nel campo della responsabilità professionale.

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