Milano, 28 aprile 2026. Due imprenditori italiani, uno di 34 anni, l’altro di 60, finiscono dietro le sbarre per spionaggio a favore dell’intelligence russa. Era novembre 2024 quando il Ros dei carabinieri, guidato dal pm Alessandro Gobbis, ha scoperto la rete segreta che li collegava ai servizi segreti stranieri. Informazioni riservate, contatti nascosti, un gioco di infiltrazioni che sembrava invisibile ma è stato smascherato. Le condanne variano da due anni e due mesi a due anni e mezzo. Dietro la sentenza, un intreccio di strategie e segreti che racconta quanto sia diventato sottile il confine tra affari e sicurezza nazionale.
La rete russa punta sui “cittadini comuni” per spiare
Secondo la giudice per le udienze preliminari di Milano, Angela Minerva, la rete di spionaggio non si limitava a cercare contatti tra militari o operatori di sicurezza di Paesi rivali. Al contrario, il piano prevedeva di coinvolgere “semplici cittadini corrompibili”, offrendo loro compensi, anche sotto forma di criptovalute, per ottenere informazioni di vario genere. Un sistema camaleontico, che si nasconde dietro la normalità di ogni giorno, senza destare sospetti. La sentenza sottolinea come questo metodo “basso profilo” sia più pericoloso proprio perché riesce a sfuggire più facilmente ai controlli dei servizi di sicurezza.
Gli 007 russi puntavano a costruire legami con persone disposte a vendere informazioni in cambio di denaro, diretto o indiretto. I due imprenditori erano i “ponti” tra questa rete nascosta e la vita di tutti i giorni, usando criptovalute per evitare tracce e garantire maggior copertura alle loro attività.
Dossieraggio e spionaggio nel cuore tecnologico di Milano
Tra le accuse contestate ai due, c’è un’intensa attività di dossieraggio su un imprenditore italiano attivo nel settore dei droni. Il monitoraggio sistematico e la raccolta di dati sul “bersaglio” rientrano in una strategia più ampia per indebolire realtà chiave della tecnologia avanzata. Le indagini hanno ricostruito contatti diretti tra gli imprenditori e agenti dell’intelligence russa, avvenuti tramite Telegram, probabilmente scelto per la sua reputazione di canale sicuro e criptato.
Non solo spionaggio digitale: i due avrebbero proposto nelle cooperative di taxi milanesi un “business plan” per installare gratuitamente dash cam, piccole telecamere da cruscotto. Dietro l’offerta, l’obiettivo nascosto era mappare la videosorveglianza urbana, identificando volti, abitudini, percorsi e orari. Un modo per costruire una rete di controllo nelle aree strategiche di Milano e Roma, raccogliendo dati su movimenti e persone senza destare sospetti.
Accuse confermate, ma niente aggravante terrorismo
La giudice Minerva ha accolto quasi tutte le accuse, inclusa la corruzione di cittadini da parte di potenze straniere. I due imprenditori, titolari di una società immobiliare in Brianza, hanno agito su commissione esterna corrotta, anche se senza portare a termine veri e propri obiettivi di spionaggio militare. L’unica aggravante esclusa è stata quella legata a “finalità di terrorismo ed eversione”.
Le motivazioni mettono in luce come la strategia russa si basi su azioni di copertura apparentemente innocue, facili da mimetizzare nella vita quotidiana. Si tratta di uno “spionaggio dolce”, fatto di collaborazioni mascherate da offerte economiche, pensate per sfuggire ai controlli e ai sospetti più a lungo.
Questo caso è un esempio chiaro di come oggi lo spionaggio si intrecci con tecnologia, affari e psicologia, per infilarsi nel tessuto sociale ed economico europeo. Le indagini e le condanne ci ricordano quanto sia importante mantenere alta la guardia contro le minacce nascoste dietro la routine di ogni giorno.