Mantide di Parabiago: Accuse choc e sospensione udienza, cercavano killer per uccidere Ravasio con 10mila euro

Redazione

21 Maggio 2026

Il 21 maggio 2026, l’aula del tribunale di Busto Arsizio è diventata una polveriera. Nel processo per la morte di Fabio Ravasio, le testimonianze hanno scatenato tempeste di accuse. Al centro della scena, un bar di Parabiago: non un semplice locale, ma il crocevia di sospetti, interessi economici e tensioni che rischiano di travolgere chiunque. Tra piani omicidi svelati e rapporti che si fanno sempre più incandescenti, la situazione è degenerata fino a costringere il presidente della corte a fermare l’udienza.

Un ultras del Milan svela: “Mi hanno chiesto un killer per Ravasio”

Tra i primi a parlare c’è stato un ultras del Milan, la cui deposizione ha gelato l’aula. Ha raccontato di aver ricevuto una proposta choc: trovare un assassino per uccidere Fabio Ravasio in cambio di 10mila euro. Lui ha detto no, allontanandosi e consigliando lo stesso a Massimo Ferretti. A indicare come mandante del piano Adilma Pereira è stato proprio Ferretti, secondo il teste.

Non sono mancati dettagli personali, con accuse incrociate e tensioni familiari. L’ultras ha detto di essere stato ingiustamente accusato di razzismo da Ariane, figlia di Adilma, dopo un litigio scoppiato proprio nel bar. Ariane, che lavorava dietro il bancone, era vista come una presenza sgradita. Questo clima teso racconta di un microcosmo chiuso, dove sospetti e rancori si intrecciano con questioni di denaro.

Fratello dell’imputato e vigile urbano: “Ravasio non è morto per caso”

A seguire, ha parlato Giorgio Oliva, fratello di uno degli imputati, Fabio Oliva. Ha riferito di una conversazione con Andrea Conti, vigile urbano, che gli avrebbe confidato una verità scomoda: la morte di Ravasio “_non era un incidente_”. All’epoca, la notizia sarebbe stata riservata solo alle forze dell’ordine.

Questa dichiarazione getta nuova luce sulle indagini, facendo nascere il sospetto che informazioni fondamentali siano state nascoste o manipolate. L’ombra di misteri ancora irrisolti pesa sull’intero caso, coinvolgendo anche figure istituzionali e complicando la ricerca della verità.

La sorella di Ferretti svela malocchi e strani affari di Pereira

Maria Ferretti, sorella di Massimo, ha offerto una testimonianza ricca di dettagli, tra denaro, superstizione e rapporti complicati. Dal febbraio 2023, quando ha conosciuto Adilma Pereira nella sua tabaccheria, ha notato spese ingenti in giochi e sigarette, e ha sentito parlare di un’eredità importante e di un centro commerciale in Brasile.

Frequentando il bar di suo fratello, Maria ha raccontato di conversazioni inquietanti: malocchi e “_macumbe_” lanciati contro Ravasio e un suo cugino. Adilma, inizialmente amichevole, sarebbe cambiata dopo un litigio con De Simone, sparendo dal locale ma lasciando dietro di sé sospetti e richieste di informazioni sulle finanze dei Ferretti.

Ha confermato che Ariane ha lavorato come barista tra febbraio e marzo 2024, mentre un altro imputato, Bianco, compariva spesso per aiutare. Da segnalare l’assenza di Davide Metta, ex compagno di cella del marito di Adilma, che ha detto di non poter partecipare per un incidente domestico e sarà sentito in seguito. Metta è una figura chiave perché avrebbe consegnato biglietti scritti da Adilma al marito in carcere, potenziali prove nel caso.

Choc al bar: “Che veleno non si vede all’autopsia?”

Un momento di forte tensione è esploso con la testimonianza di Annunziata Giacomaniello. Racconta di un episodio al bar di Ferretti, quando Adilma e Massimo le hanno chiesto quale fosse un veleno indetectabile durante un’autopsia.

Giacomaniello, con anni di esperienza in ospedale, ha citato il cianuro, pur ammettendo di non essere sicura. La richiesta sembrava legata all’intenzione di eliminare la moglie di Ferretti, all’epoca in separazione.

La teste ha anche ricordato il continuo malumore di Adilma verso Ravasio, accusato di maltrattamenti, e un Ferretti cambiato, nervoso, deciso a vendere il bar e trasferirsi a Mentone con i soldi del patrimonio di Ravasio. Questi elementi gettano una luce sinistra sulle dinamiche che hanno preceduto la tragedia.

Caos in aula: insulti e sospensione dell’udienza

La calma è andata in frantumi durante il controesame di Giacomaniello. Vedendo Ariane ridere, la teste si è lasciata andare a un duro sfogo, venendo allontanata dai carabinieri dopo aver urlato: _“Bastarda, devi marcire in galera”_.

Il presidente ha sospeso immediatamente l’udienza per riportare ordine. Ariane ha poi lasciato l’aula spontaneamente, tornando a scusarsi e spiegando di essere stata sopraffatta dall’ansia. Ha raccontato di aver sentito da Giacomaniello la versione secondo cui Ravasio sarebbe stato investito mentre tornava in bicicletta a casa e che Adilma fosse sconvolta da quanto accaduto.

Questo episodio ha segnato uno dei momenti più tesi del processo, mettendo a rischio il regolare svolgimento delle testimonianze.

Nuove voci e retroscena dal bar di Parabiago

In aula è comparso anche Bianco, imputato in un procedimento collegato, che ha scelto di non rispondere alle domande.

Tra gli ultimi a parlare Roberto F., cliente abituale del bar, che ha raccontato di un regalo insolito: Igor, figlio di Adilma, gli ha dato i fari di una Opel Corsa dismessa. La cosa ha scatenato un litigio con Ariane, contraria che si toccasse l’auto. Roberto ha comunque pagato per i pezzi già smontati.

Paola S., titolare di una lavanderia vicina, ha riferito di aver sentito al bar una frase inquietante: _“Bisogna trovare una persona per farlo fuori”_, riferita a Ravasio. Ha confermato di conoscere la relazione tra Adilma Pereira e Massimo Ferretti e il presunto patrimonio di lei, legato ai suoceri di Ravasio.

Le testimonianze disegnano un quadro complicato, fatto di tensioni, sospetti e segreti. Un puzzle difficile da ricomporre, ma essenziale per fare finalmente luce su una vicenda che da mesi scuote Busto Arsizio e non solo.

Change privacy settings
×