Dieci anni lontano da casa: il delfino di ceramica smaltata di Lucio Fontana è tornato finalmente alla piscina dello Sporting Club di Monza. Non è solo un’opera d’arte, ma un simbolo di storia che rischiava di lasciare l’Italia per sempre, finendo in un’asta internazionale. Solo un intervento legale ha bloccato quella vendita, assicurando che il delfino rimanesse nel parco dell’ex residenza Tagliabue, il luogo per cui era stato creato quasi settant’anni fa. La decisione è di due anni fa, ma è solo ora che la statua può essere ammirata di nuovo, a pochi passi dal suo posto d’origine.
Un delfino con una storia tra arte e architettura
Il delfino, alto tre metri e mezzo, fu realizzato nel 1951 su richiesta di Ettore Tagliabue, esponente di una delle più note famiglie italiane nel settore petrolifero. Collocato nella piscina della villa di famiglia, immersa in un grande parco, non era semplicemente un ornamento: faceva parte di un progetto architettonico e culturale ben preciso. La ceramica smaltata, prodotta ad Albisola, sfoggia un rosso bruciato con riflessi bruni sulle pinne e la coda, esaltando la fluidità e l’astrazione della forma.
Dietro la scultura c’è un dialogo tra l’arte di Fontana, celebre artista italo-argentino, e il razionalismo di Giulio Minoletti, che nel 1950 progettò la piscina con l’idea di creare uno spazio armonioso dove scultura e architettura si completassero. La fontana con il delfino non era solo una decorazione: aspettava di animarsi con giochi d’acqua, un elemento funzionale che richiamava la tradizione artistica italiana, fondendo forme astratte con tecnologia idraulica.
Lo Sporting Club e la messa in vendita dell’opera
Negli ultimi anni la proprietà della piscina è passata allo Sporting Club, che, di fronte a lavori di manutenzione importanti, ha deciso di mettere in vendita la scultura. Il suo valore di mercato si aggirava intorno ai 500.000 euro, cifra confermata da esperti del settore. La statua era stata spostata in un deposito in Brianza, pronta per essere messa all’asta a livello internazionale, come annunciato dalla società incaricata della vendita.
Prima che la procedura partisse, però, la Soprintendenza ai Beni Culturali aveva dato il via libera all’esportazione. Poi però la stessa Soprintendenza ha cambiato idea, revocando il permesso. Da qui sono partiti ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, che hanno entrambi respinto la richiesta della società venditrice di portare fuori dall’Italia il delfino. La sentenza definitiva ha così deciso che l’opera dovesse tornare al suo posto d’origine.
Perché il Consiglio di Stato ha bloccato l’esportazione
La sentenza ha sottolineato un punto fondamentale: il delfino non è solo una scultura decorativa, ma una parte funzionale della piscina. La fontana è infatti collegata alle tubature ed è stata pensata per far sgorgare l’acqua dalle narici del delfino. Questo dettaglio tecnico le conferisce un ruolo doppio, che va oltre il semplice elemento d’arredo artistico.
In più, il Consiglio ha rimarcato il valore storico e culturale dell’opera. La piscina e il suo decoro rappresentano una tappa importante nella carriera di Minoletti e Fontana, un esempio di come, in quegli anni, artisti e architetti lavorassero insieme per creare spazi che unissero arte e funzione. Quel manufatto racconta anche lo stile di vita e il gusto degli imprenditori italiani del boom economico, simbolo di un mecenatismo industriale che nel secondo dopoguerra ha legato politica, industria e cultura in modo stretto e produttivo.
Un simbolo del dopoguerra che parla di arte, industria e identità
Oltre al suo valore estetico, l’opera racconta il contesto sociale e culturale dell’Italia degli anni Cinquanta. In quegli anni di boom economico, imprenditori come i Tagliabue hanno investito in arte e architettura di alto livello. È stata una collaborazione tra industria e arte che ha dato vita a espressioni culturali originali, capaci di rappresentare il progresso e il cambiamento.
Il delfino di Fontana, legato alla piscina di Minoletti, è un esempio chiaro di come nel dopoguerra si cercasse di unire funzionalità e bellezza. L’opera va oltre il suo aspetto materiale: è la sintesi tra industria, arte e architettura in un momento in cui l’Italia provava a ricostruire un’identità attraverso la cultura e l’innovazione. Da qui la decisione della magistratura di bloccarne l’esportazione, a tutela del patrimonio nazionale.
Così, il delfino ha ripreso il suo posto nella piscina di Monza, restituendo alla città un pezzo di memoria visiva e artistica che arricchisce il patrimonio locale e nazionale. Una testimonianza concreta del dialogo tra arte, storia e vita quotidiana, legato a un territorio e a una storia ben precisi.
