Il fuoco ha inghiottito tutto in pochi attimi, lasciando dietro di sé solo cenere e dolore. Leonardo Bove, sedicenne di Milano, ha rischiato di perdere la vita quella notte di Capodanno a Crans-Montana. Sei mesi e mezzo in ospedale, tra lotte e speranze, prima di varcare di nuovo la soglia del Niguarda. Oggi, mentre il ricordo di quel rogo è ancora vivido, Leonardo non vuole più parlare dei Moretti, i proprietari del locale. La sua attenzione è tutta per una cosa sola: la vita, quella che ha sfiorato di perdere e che adesso stringe a sé con una forza nuova.
Leonardo: “I Moretti non contano più”
Leonardo non nasconde il suo risentimento. “Non penso più ai Moretti, non mi interessano”, dice senza mezzi termini. Ora l’unica cosa che conta è ricostruirsi, dopo aver “visto la vita scappare via” quella maledetta notte. Sa bene che chi aveva in mano quel locale deve prendersi la responsabilità di quello che è successo. Leonardo ha deciso una cosa netta: non tornerà mai più a Crans-Montana. Quel posto è legato a un trauma troppo grande, qualcosa che non riesce a superare. Vuole chiudere quella pagina e guardare avanti, a un futuro che oggi sa di fragilità ma anche di speranza.
La madre di Leonardo: il dolore e la rabbia per i Moretti
Loretta Arapi, la madre di Leonardo, racconta un altro pezzo di questa storia di dolore. Parla di un “dolore incredibile” per come i Moretti abbiano sottovalutato le conseguenze di quell’incendio, non solo per chi non ce l’ha fatta, ma anche per chi lotta ancora per la vita. È sconcertata dal modo superficiale con cui i responsabili del locale hanno affrontato la situazione. Nei mesi passati, la famiglia si è chiusa in se stessa, concentrata solo sul recupero di Leonardo. Ora però la rabbia emerge forte, un senso di ingiustizia che pesa come un macigno. I ricordi di quei giorni sono ancora troppo vivi, difficili da mettere da parte.
Famiglie contro il sindaco: “Freddo e distante”
Le istituzioni locali non hanno convinto i familiari delle vittime. Il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, indagato nell’inchiesta sull’incendio, è stato definito “impassibile” e “viscido”. Testimonianze raccolte raccontano di un uomo assente emotivamente proprio nei momenti più duri, quando i genitori venivano aggiornati sulle condizioni dei figli. Questa freddezza ha lasciato tutti senza parole, aumentando il senso di distanza tra le famiglie e le autorità. C’è chi teme che la posizione di Féraud sia intoccabile e che questo possa mettere un freno alla giustizia.
Il padre di Leonardo: ore di angoscia e sollievo a metà
Gabriele Bove, il padre di Leonardo, ricorda con chiarezza quei giorni di terrore e attesa. Dopo la tragedia, molti ragazzi erano scomparsi nel nulla. Tra le famiglie in attesa, tre erano le più coinvolte. Quando è arrivata la notizia che Leonardo era vivo, è stato un sollievo enorme, ma anche un peso sul cuore pensando a chi non ha avuto la stessa fortuna. Il 3 gennaio resta una data impressa nella memoria della famiglia: quel giorno la console generale d’Italia a Ginevra, Nicoletta Piccirillo, insieme all’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, hanno portato la buona notizia. Ma anche loro apparivano stanchi, quasi increduli di fronte alla tragedia.
Giustizia incerta, sfiducia nel Cantone
A sei mesi dal disastro, la speranza di vedere giustizia è ancora fragile. Il padre di Leonardo esprime una forte sfiducia verso il sistema giudiziario del Cantone del Vallese, dove si sta svolgendo l’inchiesta. Pur affidandosi alla legge, sente che qui la giustizia ha un valore sottile, quasi un miraggio in un territorio che segue regole a sé. Questo clima rende ancora più difficile il cammino della verità, aumentando la frustrazione di chi ha perso tutto e di chi, come Leonardo, cerca di ricominciare con un dolore che non si vede ma pesa.