Don Burgio, cappellano del Beccaria di Milano, boccia il Ddl anti-maranza: “Un passo indietro per i giovani”

Redazione

24 Luglio 2026

Milano, città che non dorme mai, spesso è teatro delle storie più difficili, soprattutto tra i giovani. Don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria da anni, conosce bene quei volti segnati dalla vita e le storie che il più delle volte restano invisibili alla società. Di fronte al ddl anti maranza, la sua voce si alza con fermezza, ma senza fretta: non si limita a etichettare quei ragazzi come “pericolosi”, vuole scavare più a fondo, cercare di capire cosa si nasconde dietro quelle etichette.

Don Burgio: la giustizia deve tenere conto dell’età e della maturità dei ragazzi

Don Burgio lavora da tempo con adolescenti segnati da vite difficili, spesso immersi in contesti privi di punti di riferimento solidi. Racconta che i ragazzi tra i 14 e i 16 anni — e anche oltre — spesso non sono pienamente consapevoli delle conseguenze delle loro azioni. Mancano di maturità e non sempre hanno sviluppato la capacità di intendere e volere.

Secondo lui, il ddl rappresenta un “passo indietro” perché introduce un meccanismo giudiziario che rischia di ignorare le particolarità dell’adolescenza e la complessità della coscienza di questi giovani. Parole come “maranza” o “baby gang” sono, a suo avviso, etichette semplicistiche che nascondono problemi di fondo, spesso vere richieste di aiuto dietro a gesti di ribellione o violenza.

Don Burgio sottolinea che la giustizia minorile dovrebbe servire a proteggere e recuperare, non solo a punire. Il suo intervento, durante una trasmissione su Radio Vaticana, richiama l’attenzione su un bisogno urgente: trovare soluzioni che vadano oltre le etichette e guardino con più umanità alle cause profonde.

Ddl anti maranza: cambia la presunzione di responsabilità dei minorenni

Il ddl anti maranza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 luglio 2026, ha acceso un acceso dibattito. Il provvedimento arriva in un momento segnato da episodi di violenza e disordini legati a gruppi di giovani. Uno dei cambiamenti più importanti riguarda la presunzione di imputabilità per i minorenni.

Finora, un minore era ritenuto responsabile solo se un giudice accertava la sua capacità di intendere e volere, valutando caso per caso. Con la nuova legge, invece, questa capacità si presume automaticamente per chi ha tra i 14 e i 18 anni, a meno che non venga dimostrato il contrario davanti al giudice.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha detto chiaramente che “chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche se minorenne”. Si capisce così come l’onere della prova venga spostato, partendo dalla responsabilità come regola e non più come eccezione. Il cambiamento riguarda in particolare l’articolo 98 del codice penale.

Il processo che prima richiedeva una valutazione individuale ora parte da un presupposto diverso: il minore è considerato imputabile fin da subito. Toccherà a lui, o a chi lo difende, dimostrare di non avere la capacità di intendere o volere.

Il ministro Nordio: nessun abbassamento dell’età penale, cambia solo la presunzione di responsabilità

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha chiarito che la riforma non abbassa l’età della responsabilità penale, che resta fissata a 14 anni. Non sono previste pene più dure. La vera novità è proprio la presunzione di imputabilità.

Adesso, la legge presume che il minore non sia responsabile, e tocca al giudice decidere caso per caso. Con la riforma, invece, si parte dal presupposto opposto: il minore è considerato responsabile fin dall’inizio, salvo prova contraria.

Questo cambio sposta in modo netto l’onere della prova: prima era il sistema a dover accertare la maturità del giovane, ora è il ragazzo o chi lo assiste a dover dimostrare di non avere la capacità di intendere e volere.

Nordio sottolinea che questa scelta nasce dall’esigenza di aggiornare la giustizia minorile a un contesto sociale cambiato, dove gli episodi di violenza giovanile sono in aumento.

La nuova norma potrebbe quindi modificare profondamente il modo in cui si giudicano i ragazzi coinvolti in reati, pur mantenendo invariata l’età minima di responsabilità.

Le prossime settimane in Parlamento saranno decisive per trovare un equilibrio tra la sicurezza e la protezione dei giovani più fragili.

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