Caporalato nel cantiere del consolato Usa a Milano: arrestato manager Caddell prima della fuga in Turchia

Redazione

31 Maggio 2026

Ulas Demir stava per lasciare l’Italia con la famiglia, diretto a Istanbul, quando all’aeroporto di Orio al Serio qualcosa è andato storto. Era già in fila per il check-in, pronto a imbarcarsi, quando i magistrati hanno deciso di fermarlo. Il manager turco è finito sotto indagine per presunto caporalato, accusato di aver sfruttato lavoratori indiani nel cantiere del nuovo consolato Usa a Milano. Dietro a questa storia, c’è la società americana Caddell Construction, impegnata a costruire l’edificio in piazzale Accursio, dove si intrecciano lavoro, abusi e un tentativo di fuga che ora fa rumore.

Fermato prima di partire: il blitz all’aeroporto di Bergamo

La svolta è arrivata il 30 maggio 2026. Ulas Demir è stato fermato all’aeroporto, poco prima di salire sull’aereo diretto in Turchia. Il provvedimento, firmato dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici, si basa sul rischio di fuga. Secondo gli inquirenti, il tentativo di lasciare il paese sarebbe stata una reazione diretta alle indagini sul cantiere del consolato.

Nei giorni precedenti, i carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro avevano effettuato un controllo sul posto, scoprendo diverse irregolarità nella gestione della manodopera. Proprio a seguito di queste verifiche, gli investigatori hanno monitorato le comunicazioni di Demir. Da un’intercettazione è emerso un chiaro segnale di volontà di fuggire: il manager aveva comprato un biglietto per il giorno dopo, il 31 maggio. Ma l’arresto all’aeroporto di Bergamo ha bloccato tutto, impedendogli di lasciare l’Italia. Un segnale forte della procura, preoccupata che l’indagato volesse sottrarsi alle sue responsabilità.

Caporalato nel cantiere del consolato: le accuse pesanti

L’indagine punta il dito contro Demir, ingegnere e manager con un ruolo di primo piano in Caddell Construction. Gli viene contestato di aver favorito lo sfruttamento e l’intermediazione illecita di manodopera, in particolare nei confronti degli operai indiani impiegati nel cantiere.

I carabinieri specializzati nel lavoro hanno riscontrato condizioni pesantemente irregolari. I salari, tra 1.200 e 1.500 euro al mese, venivano infatti ridotti da trattenute per alloggio e vitto: fino a 500 euro per la sistemazione e circa 350-370 euro per il cibo. Così agli operai restavano circa 500 euro per tutte le altre spese. Inoltre, gli orari di lavoro superavano le 60 ore settimanali, ben oltre i limiti previsti dalla legge.

Queste condizioni configurano un sistema di sfruttamento, con una rete di intermediazione che sottraeva parte dei guadagni agli operai. Al centro dell’accusa c’è proprio il modo in cui venivano reclutati, pagati e tenuti in questa situazione di sfruttamento, che gli inquirenti definiscono una forma moderna di caporalato.

Il fatto che Demir fosse il responsabile diretto rende la sua posizione particolarmente delicata. A lui viene imputato un ruolo attivo nell’organizzazione e nel controllo del personale. Lo scandalo non pesa solo sulle condizioni di lavoro, ma mette in discussione anche l’immagine di Caddell Construction, coinvolta in un progetto internazionale di alto profilo nel cuore di Milano.

L’inchiesta è complessa, con figure di vertice coinvolte e prove che disegnano uno scenario delicato, tenuto sotto stretto controllo dalla magistratura. L’attenzione resta alta, non solo per le conseguenze legali ma anche per l’impatto sociale delle denunce di sfruttamento.

Le prossime settimane saranno decisive per fare luce sulle dinamiche del cantiere e chiarire le responsabilità. Intanto, il fermo di Demir manda un messaggio chiaro: le autorità non intendono tollerare abusi nel settore edile, soprattutto quando colpiscono lavoratori in condizioni di vulnerabilità.

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