Giacomo Boni, figlio di Venezia, custode del Palatino

Nonostante le sue scoperte più importante si collochino a Roma, il grande archeologo Giacomo Boni; troppo spesso dimenticato, è sempre stato legato alla sua patria, Venezia

Giacomo Boni segnò la storia dell’archeologia romana con scoperte nel Foro e sul Palatino che lo resero celebre in tutto il mondo. Un vero figlio della Serenissima, oltre che erede di Roma; figura originalissima e poliedrica, nazionalista mistico e nostalgico del paganesimo, inseguì l’utopia di una Terza Roma. Sognava una Roma che ridesse un primato all’Italia nel mondo, avvicinandosi prima a Crispi e Sonnino, poi a Mussolini; il che contribuì, unitamente a già preesistenti pregiudizi nei suoi confronti da parte del mondo accademico italiano, ad obliarne a lungo la figura; motivo per cui su di lui si è incentrata una terribile damnatio memoriae.

La nuova vita dell’archeologo del Palatino nell’ultima pubblicazione di Altaforte Edizioni: “Giacomo Boni, scavi, misteri e utopie della Terza Roma”

Nel quadro della riscoperta e rivalutazione di Boni iniziate con il nuovo secolo, si colloca la nuova pubblicazione su questo incredibile archeologo dimenticato; si tratta del saggio di Sandro Consolato: “Giacomo Boni, scavi, misteri e utopie della Terza Roma”. Un libro che vuole riportare luce sull’uomo, sullo studioso e sulle idee che troppo a lungo sono state nell’ombra. Il testo ha l’innegabile pregio di unire il rigore scientifico alla capacità di rendere comprensibile e appassionante a un vasto pubblico colui che aveva come epiteto anche “il Mago del Palatino”; dando particolare rilievo alle sue idee religiose, in cui si fusero paganesimo classico, francescanesimo, spiritualità indiana, taoismo e shintoismo, nonché alle sue visioni di una radicale trasformazione dello Stato e della società, capaci forse di offrire preziose suggestioni anche all’Italia e all’Europa di oggi.

Attraverso le parole di Consolato rivive l’archeologo del Palatino, tra rigore accademico e narrazione coinvolgente

«Il veneziano Giacomo Boni (1859-1925) fu definito dallo scrittore e critico d’arte Ugo Ojetti (1871-1946); che gli era stato amico: “Uno degli uomini più singolari e affascinanti di questo secolo”. Proveniente da studi tecnici e di architettura, distintosi fin da giovane nel campo della conservazione dei monumenti, finì per affermarsi come archeologo le cui notevoli scoperte (a partire da quella già accennata del Lapis Niger) nel Foro e sul Palatino, fortemente tese a raggiungere il più remoto passato, gli diedero una grande notorietà internazionale, peraltro favorita da una sua pregressa rete di rapporti culturali con il mondo anglosassone, mentre il milieu dell’archeologia accademica e classicistica italiana lo avvertì spesso come un fastidioso outsider. Ammiratore prima di Crispi e poi di Mussolini, nazionalista di radice famigliare risorgimentale, fautore del mito della Terza Roma ma con accenti pagani e mistici, orientato verso un socialismo antimoderno e però vagheggiante una società retta da un’aristocrazia catoniana e/o da un “Cesare”, diede infine la sua adesione al fascismo già nel 1922, divenendo persino Senatore del Regno nell’anno successivo» scrive Sandro Consolato in “Giacomo Boni. Scavi e misteri della Terza Roma” di Altaforte Edizioni.

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