Nei reparti pediatrici, la sindrome di Leigh ha sempre rappresentato una sfida spietata. Colpisce il sistema nervoso centrale dei bambini, spegnendo lentamente la capacità delle cellule di produrre energia. Il risultato? Ritardi nello sviluppo, crisi metaboliche che si susseguono senza sosta, e una progressiva perdita di forza muscolare e respiratoria. Spesso, la malattia avanza inesorabilmente, portando a esiti drammatici nei primi anni di vita, senza terapie che possano realmente cambiare il corso. Ma qualcosa sta per cambiare. Una ricerca internazionale segnala ora un farmaco, già impiegato in altri contesti, come possibile chiave per migliorare la vita di questi piccoli pazienti.
Sindrome di Leigh: cosa succede nel corpo dei bambini
La sindrome di Leigh si manifesta generalmente nei primi anni di vita. È una malattia ereditaria che danneggia gravemente il sistema nervoso centrale e i mitocondri, le “centrali energetiche” delle cellule. Quando i mitocondri non funzionano, le cellule non producono abbastanza energia, provocando una serie di problemi. I sintomi principali sono debolezza muscolare grave, difficoltà respiratorie spesso tali da richiedere la ventilazione assistita, ritardi nello sviluppo motorio e cognitivo e crisi metaboliche che peggiorano lo stato di salute. La malattia progredisce rapidamente e, nella maggior parte dei casi, porta al decesso entro pochi anni dalla diagnosi.
Fino ad oggi, non esistono cure in grado di fermare o rallentare in modo significativo il decorso. Le terapie si limitano a gestire i sintomi e le complicazioni. La complessità della malattia e la sua rarità hanno reso difficile per la ricerca trovare soluzioni efficaci.
Un progetto europeo coordinato da Dusseldorf apre nuove strade
Lo studio, pubblicato nel 2026 su Cell, è frutto di un progetto europeo da 2,4 milioni di euro nell’ambito dell’European Joint Programme on Rare Diseases. Il consorzio CureMILS ha riunito centri di eccellenza in Europa e negli Stati Uniti, guidati dal professor Alessandro Prigione dell’Università di Dusseldorf. Per l’Italia hanno partecipato, tra gli altri, Dario Brunetti dell’Università di Milano e dell’Istituto Neurologico Carlo Besta, insieme a Emanuela Bottani dell’Università di Verona.
I ricercatori hanno adottato un approccio di medicina traslazionale, combinando modelli cellulari umani, organoidi e modelli animali, fino a testare direttamente il trattamento sui pazienti. Questo metodo ha permesso di capire meglio la biologia della malattia e di accelerare la ricerca verso terapie concrete e rapide.
Dalle cellule staminali al sildenafil: la strada verso una cura
La svolta è arrivata grazie all’uso di cellule staminali pluripotenti indotte , ottenute da campioni di pelle dei pazienti. Queste cellule sono state trasformate in cellule nervose malate, ricreando in laboratorio il tessuto colpito dalla sindrome di Leigh.
Su queste cellule, i ricercatori hanno testato oltre 5.600 farmaci già approvati per altri usi, in un processo di screening ad alta capacità. Tra tutti, hanno trovato promettenti gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, in particolare il sildenafil, noto soprattutto per il trattamento dei problemi vascolari maschili e già ampiamente usato in clinica.
Individuare il sildenafil come possibile terapia è stato un passo importante: si tratta di un farmaco con un profilo di sicurezza già conosciuto e facilmente accessibile, ideale per avviare rapidamente nuove sperimentazioni.
Sildenafil e mitocondri: primi risultati incoraggianti sui pazienti
Gli esperimenti in laboratorio hanno mostrato che il sildenafil migliora la funzione energetica delle cellule, correggendo alcuni difetti mitocondriali tipici della sindrome di Leigh. I test sono stati confermati su modelli animali, tra cui topi e suini, grazie alla collaborazione con la biotech Avantea.
Nei modelli animali, il trattamento ha portato a un miglioramento dei sintomi e a un aumento significativo della sopravvivenza. Poi, un piccolo gruppo di pazienti ha ricevuto il farmaco in uso compassionevole: i primi riscontri indicano buona tolleranza e segni di un possibile miglioramento delle funzioni motorie e della resistenza alle crisi metaboliche.
Il sildenafil sembra attivare i meccanismi di sviluppo nervoso compromessi dalla malattia, aprendo la strada a terapie che agiscono direttamente sulle alterazioni del tessuto cerebrale.
Verso un futuro migliore: riconoscimenti e prossimi passi
Questa ricerca segna un traguardo importante nel trattamento della sindrome di Leigh. Gli stessi scienziati coinvolti sottolineano come questo modello di ricerca traslazionale possa essere applicato ad altre malattie genetiche e mitocondriali.
L’Agenzia europea per i medicinali ha riconosciuto il sildenafil come “orphan drug” per la sindrome di Leigh, facilitando così il suo sviluppo clinico in questo campo. Sono in corso studi clinici più ampi per valutare in modo più rigoroso sicurezza ed efficacia su un numero maggiore di pazienti.
Il progetto è sostenuto da enti e fondazioni come Fondazione Telethon, Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica, Fondazione Mariani e l’associazione Mitocon. Grazie a questo supporto, la ricerca potrà continuare a progredire e a offrire nuove speranze a chi combatte contro questa malattia rara.
Questa scoperta rappresenta un passo avanti concreto in un ambito dove le soluzioni sono ancora poche, portando nuova speranza alle famiglie e agli operatori sanitari che assistono i bambini colpiti dalla sindrome di Leigh.
